Condividi
Pubblichiamo un’intervista ad Aldo Busi apparsa il 4 ottobre 2013 nell’inserto di Repubblica, “Il Venerdì”, a firma di Luigi Irdi. L'intervista in versione integrale è consultabile anche sul blog ufficiale di Aldo Busi atriabusi.it al seguente link: http://www.altriabusi.it/2013/10/04/una-lingua-che-cambia-in-continuazione-aldo-busi-intervistato-su-boccaccio/
Roma. Prendete un testo di settecento anni fa, scritto in volgare trecentesco, e rifrullatelo in italiano corrente, per quanto possa essere corrente l’italiano di Aldo Busi. Busi va fiero di essere stato il primo traduttore dall’italiano all’italiano del Decameron di Giovanni Boccaccio anche se il termine «tradurre» suona un po’ audace. Da quando in qua un classico della letteratura italiana ha bisogno di essere tradotto? «Le assicuro che per il Decameron era indispensabile. L’italiano del Trecento è una lingua totalmente straniera». Andiamo al sodo. Ritrattare un classico è rischioso. Cambiandone le forme, si può facilmente tradire lo spirito dell’opera. «Inevitabile, ahinoi». E se uno riscrive la Divina Commedia e altera l’ispirazione trascendente di Dante? «L’hanno tradotta in inglese, rendendola perfettamente comprensibile, come deve essere, e senza le note dedicate al linguaggio e al gergo, che sono delle gran rotture di palle. È arrivato il momento di tradurla anche in italiano». Anche la Commedia? «Certo. Guardi che il Decamerone è un testo per filologi, non per lettori. Ovvio che quando traduci devi capire se e quando il guadagno è superiore alla perdita. Molti elementi del testo vanno persi ed è un bene. Diversamente non si avrebbe mai nessun rinnovamento linguistico. Di qui a cento anni anche il mio Decamerone dovrà essere ritradotto». Ma allora ci si dovrà chiedere quale sarà diventato il classico autentico. «Lo saranno entrambi e ognuno potrà affrontare l’uno o l’altro». Passi per il Decamerone. Ma cosa succederebbe se, per esempio, di qui a mille anni, venissero riscritti i Vangeli nella lingua del futuro. O la Bibbia? «Si dovrà fare prima o poi». Ma se uno riscrive, per esempio, la parabola della moltiplicazione dei pani e i pesci in un modo diverso? Non c’è il pericolo di alterare in profondità il messaggio, i significati? «È un rischio. Ma poi, scusi, se tra mille anni non ci saranno più i pesci, bisognerà pur raccontare la parabola della moltiplicazione dei pani e delle pillole, che so. A meno che per rispettare i testi originali non si riempiano i Vangeli di note a piè di pagina, quelle rotture di palle di cui si diceva, per spiegare cosa erano i pesci. La materia si trasforma, lo scrittore si adegua». Il relativismo letterario. «È il relativismo umano, niente dura. Se uno prende delle pagine delle Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, scritto negli anni Trenta, non si capisce un tubo. Vanno tradotte». E allora di Gadda che vogliamo fare? «Altra questione. Se cerchi Gadda sei uno studioso, non un semplice lettore. Per gli altri autori bisogna chiedersi se i loro testi debbono essere considerati dei codici miniati per pochi, da conservare nelle biblioteche dei conventi, o possono tornare nelle mani di un popolo che parla una data lingua. Insomma, quando uno leggeva il Decameron originale, rideva». E allora? «Se lei oggi legge il testo di Boccaccio in originale nemmeno vagamente le si increspano le labbra». Mi lasci indovinare Se uno legge la sua traduzione invece si sganascia dalle risate «Esatto. E poi è un problema di equilibri e di misura. Ciò che perdi qui, lo recuperi là, l’arrivo di nuove parole si inserisce con armonia. Nel mio Decameron ci sono parole come hinterland, dadaumpa, il ritornellino delle gemelle Kessler. Alla fine ridi e chi vince è Boccaccio. Insomma, il Decameron era un libro morto, diciamo la verità. Si studiava un po’ al liceo e amen. Ora non lo è più». Comanda l’attualità della lingua. «La forma è tutto. Un autore, o un traduttore, deve pur sapere come la gente parla e quindi legge. Pensi a come Luchino Visconti faceva parlare i giovani meridionali che andavano al Nord in Rocco e i suoi fratelli. Dialoghi ridicoli, scritti da chi si avvicina agli umili da aristocratico e degli umili non sa una mazza. Lì è tutto finto, la gente vera di quegli anni non parlava così. La lingua cambia in continuazione, bisogna studiare e aggiornarsi. Be’, non vorrei citarmi, ma …». Faccia pure, per questa volta. «Nel 1984 uscì il mio primo romanzo, Seminario sulla Gioventù. E fino a tutti gli anni Novanta nessuno ha pensato che non fosse più che comprensibile e intelligibile. So di freschi laureati in Lettere che lo trovano difficile da leggere. L’impoverimento del linguaggio è inarrestabile. Se si continua così molti libri andranno non più letti, ma studiati». A meno che qualcuno non li traduca di nuovo. Ci sono un bel po’ di classici che aspettano; lei da dove comincerebbe? «Anni fa mi hanno proposto di riscrivere Il Principe di Machiavelli. Ma penso che la lingua del Principe sia ancora comprensibile. Forse dovrei rileggerlo oggi e verificare perché l’impoverimento lessicale e grammaticale è rapidissimo e quindi anche il calo della capacità del pensiero di comprendere una singola frase. Fin quando vai con soggetto, verbo e predicato, ancora la passi liscia. Ma se tanto tanto ci metti un piccolo inciso, la gente comincia a strabuzzare gli occhi». Siamo messi così male? Belli rimbambiti. «Non sarei così radicale. Diciamo che i metodi e le vie dell’apprendimento sono cambiati». Provo a tradurre io. Lei pensa che la lingua italiana scritta non sia più il mezzo dominante attraverso il quale passa l’apprendimento. «No che non lo è più. È ovvio. Basta guardare i primi venti libri in testa alle classifiche. Sono delle terribili schifezze con un lessico che non supera le 400-500 parole. È evidente che siamo alla fine di una civiltà. lo non mi scandalizzo nemmeno». E questo lo dobbiamo accettare come un cambiamento dei tempi o considerarla una catastrofe? «Deciderà la classe politica». Come sarebbe? lo le chiedo un giudizio sul rimbambimento del Paese e lei mi rimanda a Letta e a Alfano? «Rischierei di scivolare nel moralismo. Bisognerebbe chiedere alle persone che vivono l’impoverimento della lingua se la loro vita ne viene toccata direttamente e in che misura. Se alcuni perdono il significato di espressioni linguistiche, saranno pure cazzi loro o no? Non faccio alcun moralismo da classe colta privilegiata. lo sono un uomo coltissimo, ma non penso di dover fare la morale a chi non sa la lingua italiana. Non ne hanno bisogno» E dove va a finire la responsabilità civile degli intellettuali? La tutela del patrimonio culturale di un popolo eccetera eccetera? «Ma chissenefrega». Lei non sente alcuna responsabilità in questo senso? «Nossignore. lo la mia responsabilità me la sono presa traducendo e scrivendo. E modestamente, visto che abbiamo parlato del Decameron, la mia traduzione è strepitosa». Non l’ho letta, confesso. «Lo sapevo. Lei viene qui a farmi un’intervista senza aver letto una mazza». Che vuole, sono una vittima del deterioramento culturale. Meno male che qualcuno conserva e riscrive i grandi classici. A proposito, mi faccia l’elenco di quelli che meriterebbero di essere tradotti e restaurati. «Non saprei. lo quelli che volevo tradurre li ho tradotti. Se poi uno vuole ricomporre la Gerusalemme Liberata o l’Orlando Furioso faccia pure. Però, ripeto, la traduzione o riscrittura ha un senso solo se il fine è quello di restituire queste opere al pubblico, alle librerie». C’è qualche testo che lei vorrebbe tradurre nella lingua corrente? La Bibbia? Il Vangelo? «Ma no, la Bibbia ha bellissime traduzioni. Il Vangelo? Ma come si fa a riscrivere la storia di uno che va in giro a fare miracoli? Verrebbe fuori una cosa alla Tex Willer, o alla Jacovitti, con i salami che volano per l’aria. Le nozze di Caana diventerebbero un party di strafattoni spinellati». Ecco, vede qual è il pericolo? Che poi nei secoli il testo di riferimento diventi la festa degli strafattoni. Chi decide qual è il testo buono? Quello originale o quello ritradotto? La parabola originale o l’orgia alla marijuana? «Ah be’, questo lo decide la società, il costume corrente». Vede che ricade nel relativismo? «Il relativismo è alla base del progresso». Se la sente Ratzinger, la scomunica per l’ennesima volta. «Ma, vede, io non ho soppresso l’originale del Decameron. Sta sempre lì. Se lo volete, andatevelo a leggere. Se no potete leggere la mia traduzione. Lo stesso si dica per la Bibbia O il Vangelo, ove mai qualcuno deciderà di ritradurli». Se toccherà a lei, ci avverta. Luigi Irdi